è il caldo. il caldo che ti scorre sopra
le mucose delle narici quando inspiri. il caldo che ti entra nei polmoni ad
ogni respiro. è il caldo. ovunque. in ogni momento.
il caldo è caldi diversi. c’è il caldo
umido dell’aria spinta dall’oceano, che ti si incolla addosso ad ogni
millimetro di pelle e che ti ricopre come una guaina da cui non c’è modo di
liberarti. e c’è il caldo secco che evapora all’istante qualsiasi umidità,
anche la tua, e non hai nemmeno una stilla di sudore addosso, la tua pelle
asciutta e pulita come non è stata mai.
nella discoteca di fez la ragazza ti
scopa con gli occhi. non riesci nemmeno a darle un’età. 20 anni. 18. 16. non lo
sai. non sai come si leggono gli anni sulle ragazze, qui. magari ne ha 14. che
cazzo ne sai. però, cristo, uno sguardo così non si può combattere, né reggere.
uno sguardo così è la voglia il desiderio il sesso, è la vita. un bisogno
assoluto, ineludibile, detto chiaramente anche senza dire parole. è una
promessa muta. e la sua bocca sa di dolce, ha sapore di cannella e di spezie a
cui nemmeno sai dare un nome. la sua bocca, per te, è un continente intero, un
continente che non conosci. e il suo sesso è un mondo nuovo. un nuovo profumo
un sapore nuovo. ed è lei a prenderti e guidarti dentro il suo mondo, in questo
continente. è lei a prenderti in mano. e portarti dentro di sé. respirandoti in
bocca mentre respiri nella sua.
la casbah è l’unica costruzione
sull’altopiano. è ancora lì, anche ora che non ha più senso un presidio
militare. e fin lì, e da lì, le piste polverose dell’alto atlante. dove ogni
centro abitato è solo una stazione di scambio. chilometri di nulla, poi, e
tende di pastori nomadi a intervallare di presenza umana la terra primordiale.
è facile, troppo facile perderti nella
medina. odori colori suoni voci urla richiami. è un microcosmo che ti satura le
percezioni. un immenso rumore di fondo sensoriale che ti fa perdere la
percezione di te. ed è difficile, troppo difficile schivare ogni questuante,
ogni persona che vuole farti da guida, ogni commerciante che vuole venderti qualcosa,
ogni singolo ladro che non aspetta che una tua disattenzione, o il momento in
cui prendi la svolta sbagliata. è necessario e difficile, restare padroni di se
stessi. necessario. e così maledettamente difficile.
m. è un mercato di scambio dove si
incontrano mondi. decidi di perderti, qui, tra arabi, maghrebini, neri
subsahariani. il luogo dove confinano i mondi. e dove i mondi commerciano tra
loro. decidi di perderti, qui, nel crocevia dei mondi.
paul bowles perso nei vicoli di
tangeri. e tra le natiche di giovani ambrati.
william burroughs nei suoi sogni
eroinomani. e le notti che odorano di gelsomino e che sanno di alcool passate a
scrivere.
le mille voci che si rincorrono sulle pagine di elias canetti.
il tè nel deserto. o il tè alla menta
che appoggi sul ripiano di marmo di tavolini all’ombra del canto dei muezzin
che chiama in lontananza.
arthur rimbaud che contratta con un
cammelliere il prezzo per trasportare le casse di legno sbrecciato.
thierry sabine non arriverà a dakar. non
stavolta. questa volta il suo viaggio si interrompe. e per sempre.
antoine de
saint-exupery immagina un bambino che cammina sulla duna di fronte a lui.
ma non tu. tu, tu non sai immaginare, tu ti fermi
al reale, al tuareg (“je ne suis pas un twareg, je souis kel tamahaq") che ti
chiede in una lingua più di gesti e sguardi che di parole di seguirlo, te lo
chiede guardandoti fisso dentro gli occhi. e lo segui, fuori dall’oasi e su una delle dune lì
intorno. e all’improvviso si ferma, e stende la stoffa sulla sabbia. e la sua
pelle è liscia e tesa sotto la tunica, e la tua pelle si increspa appena ti
sfiora, e la sua voglia di te è nelle mani che ti scorre addosso e
nell’erezione che preme contro la tua. l’homme in bleu è davvero blu, stanotte,
ed è blu la sua pelle sotto la luce di un cielo senza luna. stanotte siete
entrambi blu, sulla sabbia, sotto questo cielo senza luna, sono blu i vostri
corpi che mischiate sempre più. mischiandovi dita, mani, bocche, lingue, labbra, cazzi.
le voci prive di qualsiasi grazia dei
dromedari al risveglio. come lamentele per un nuovo giorno di sole che sta per
iniziare. ormai lo riconosci anche in mezzo agli altri, il tuo dromedario.
non sai nemmeno dire se quello che
mangi ti piace. o ti fa schifo. non sai nemmeno dire se è commestibile quello
che mangi. mangiare questa roba incomprensibile, di colori e consistenze
mischiate, carne verdure cereali ossa nervi e chissà cos’altro, senza un sapore
comprensibile, questo è semplicemente sopravvivenza. la tua.
ci vogliono giorni. ma alla fine
impari a metterti da solo la tagelmust.
li chiamano homme in bleu. ma sono
azzurri. la carovana è una traccia filiforme azzurra e marrone che scorre lungo
la sabbia arancione.
le notti del deserto sono immense come
le stelle che punteggiano il nero del cielo, come il silenzio che permea ogni
cosa, immense come essere arrivato, alla fine, all’essenziale di ogni cosa, e
del tuo stesso essere vivo.
la notte del deserto annichilisce ogni
cosa. e ridefinisce ogni tua definizione di te. e non c'è null'altro, ora adesso qui.
al di là dell’oceano smisurato di
sabbia, in fondo a questo sogno di sabbia calore dune e sole impietoso c’è il
bacino del niger, e lì si trova timbuctù. ma non riesci a vederla, da qui, non
riesci nemmeno a immaginarla. è oltre. infinitamente oltre. oltre orizzonti
troppo numerosi da passare per riuscire a pensarci, ora, sotto questo sole a
picco, davanti alle onde immobili di sabbia gialla, ora che respiri caldo ad
ogni respiro. ti chiedi se ci arriverai mai, laggiù, in quel dove che non riesci
nemmeno a immaginare. o se la tua eternità si svolgerà tra queste dune di
sabbia. se vagherai senza fine in queste immobili onde di sabbia. se sei
destinato a questo, forse. a morire qui.