dell'estate del ventiventuno, delle vette tutte intorno ovunque giri lo sguardo, del verde ovunque e dell'azzurro dei cieli, e dei fucsia e dei gialli e dei bianchi, dell'estate nell'estremo nordovest, dei duemila metri che boh sembrano seicento a giudicare dalla temperatura, di bestemmiare sulle salite che le salite son fatte per bestemmiare, non ce n'è, così è e così sempre sarà, del sentiero che costeggia lo stretto canale di chiare fresche e dolci acque (che è dalla quarta ginnasio che aspettavi di usarla, questa), dell'odore di abeti e resina, di E sulle spalle, e farle un cuscino con la tua felpa, e sentire come cambia il peso quando d'improvviso si addormenta mentre cammini, dello scoprire che il verso delle mucche è il campanaccio, delle molte vette della montagna da un nome solo e dalle molte vette, dell'Italia laggiù in fondo, là dietro le montagne che digradano a sud, e saperla bollente e a tratti in fiamme, del chiederti fin dove arriverà tutto questo e che cosa resterà, dei ghiacciai che vedi lassù e chiederti fin quando dureranno anche loro, e lo straniamento che farsi queste domande ti dà, delle birre o dei gin la sera quando il sole cala e le gambe sono blocchi di granito sotto il tavolino del bar, delle altalene da spingere e degli scivoli da tenerla mentre la fai scivolare e delle risate di chi scopre la felicità del movimento e del disequilibrio, di chi vede qualsiasi e ogni cosa con gli occhi di chi le vede per la prima volta.
del tempo che passa e che non torna mai.