venerdì 27 luglio 2012

K-SUMMER

ti resta una sola cosa da fare, ora, kovalski. appendere un cartello sulla porta del tuo ufficio. no, kovalski, no! “chiuso per vacanza”, devi scriverci, “chiuso per vacanza”!  non “sucate!”. eddai!

mercoledì 25 luglio 2012

giovedì 19 luglio 2012

POST FAI DA TE

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martedì 17 luglio 2012

DANCE KOVALSKI TO THE END OF LOVE

prologo:
parlare d’amore è come ballare di architettura”, dice il vecchio frank. e allora, balliamo, chiosa il k.



la stagione dell’amore /  viene e va”, cantava quel tale. viene e va, già. più o meno, viene e va, in verità, che più che altro, va, dici tu da dietro la curva della vita, la tua.

hai amato due volte, tu. 
la prima volta eri troppo adolescente. ed è andato quando eri troppo ventenne, ormai. che da ventenne, poi, l’amore va.

(e gli anni venti quando li vivi sono anni veloci, velocissimi, così veloci che non riesci a fissarli nella retina… l’università che inizia, la vita che arriva, l’università che finisce, la laurea che chiude tutto e che apre tutt’altro, la vita che cambia, il lavoro che inizia, il lavoro che accelera, gli anni nomadi.
e in fondo al lungo tunnel in accelerazione dei tuoi anni venti, tu. tu che nel dubbio sei riuscito persino a passare un pezzo di vita con chi non hai amato mai. giusto per non farti mancare nulla, eh, che non si sa mai.)

hai amato due volte, tu.
la seconda volta è stata la volta che nemmeno credevi ci fosse, quella roba lì che sentivi nelle canzoni pop e che vedevi nei film, la roba quella roba lì chiamata amore. e invece c’è davvero, hai scoperto poi. ché la seconda volta è stata la volta dell’amore adulto. quello diverso dall’amore adolescente, che l’amore adulto la costruzione, la progettualità, la condivisione. diverso, ma anche uguale all’amore adolescente, già. che pure l’amore adulto il batticuore, l’emozione, l’ormone. uguale. e fino in fondo. ché come l’amore adolescente, anche l’amore adulto, poi, va. 

(e c’è stata quella volta. la volta che hai scartato il pacchetto, e dentro c’era l’i-pod. e l’hai guardato, e le hai sorriso, e l’hai rigirato per le mani, e c’era questa frase incisa dietro. per lei un augurio. o forse una sorta di richiesta, chissà. questo, lei. tu, dalla prima volta che l’hai letta, hai sempre pensato che suonava come una profezia, tipo. “dance me to the end of love”. to the end. già.)

ed è così che due anni fa l’amore adulto ha fatto quello che l’amore, il tuo almeno, fa: va.
e sì, è esattamente così che funziona: l’amore adulto va, danzando alla fine dell’amore.
già.


hai amato due volte, tu.
…ne abbiamo avute di occasioni, perdendole. / non rimpiangerle, non rimpiangerle mai.



epilogo:
e in fondo a tutto, ti chiedi se stare bene con te stesso, se vivere bene vivendo solo, sia una qualche soluzione. o se sia parte del problema.

f.zappa, f. battiato, l. cohen]

venerdì 13 luglio 2012

ATTRAVERSO AFRICA (a short story)

è il caldo. il caldo che ti scorre sopra le mucose delle narici quando inspiri. il caldo che ti entra nei polmoni ad ogni respiro. è il caldo. ovunque. in ogni momento.
il caldo è caldi diversi. c’è il caldo umido dell’aria spinta dall’oceano, che ti si incolla addosso ad ogni millimetro di pelle e che ti ricopre come una guaina da cui non c’è modo di liberarti. e c’è il caldo secco che evapora all’istante qualsiasi umidità, anche la tua, e non hai nemmeno una stilla di sudore addosso, la tua pelle asciutta e pulita come non è stata mai.

nella discoteca di fez la ragazza ti scopa con gli occhi. non riesci nemmeno a darle un’età. 20 anni. 18. 16. non lo sai. non sai come si leggono gli anni sulle ragazze, qui. magari ne ha 14. che cazzo ne sai. però, cristo, uno sguardo così non si può combattere, né reggere. uno sguardo così è la voglia il desiderio il sesso, è la vita. un bisogno assoluto, ineludibile, detto chiaramente anche senza dire parole. è una promessa muta. e la sua bocca sa di dolce, ha sapore di cannella e di spezie a cui nemmeno sai dare un nome. la sua bocca, per te, è un continente intero, un continente che non conosci. e il suo sesso è un mondo nuovo. un nuovo profumo un sapore nuovo. ed è lei a prenderti e guidarti dentro il suo mondo, in questo continente. è lei a prenderti in mano. e portarti dentro di sé. respirandoti in bocca mentre respiri nella sua.

la casbah è l’unica costruzione sull’altopiano. è ancora lì, anche ora che non ha più senso un presidio militare. e fin lì, e da lì, le piste polverose dell’alto atlante. dove ogni centro abitato è solo una stazione di scambio. chilometri di nulla, poi, e tende di pastori nomadi a intervallare di presenza umana la terra primordiale.

è facile, troppo facile perderti nella medina. odori colori suoni voci urla richiami. è un microcosmo che ti satura le percezioni. un immenso rumore di fondo sensoriale che ti fa perdere la percezione di te. ed è difficile, troppo difficile schivare ogni questuante, ogni persona che vuole farti da guida, ogni commerciante che vuole venderti qualcosa, ogni singolo ladro che non aspetta che una tua disattenzione, o il momento in cui prendi la svolta sbagliata. è necessario e difficile, restare padroni di se stessi. necessario. e così maledettamente difficile.

m. è un mercato di scambio dove si incontrano mondi. decidi di perderti, qui, tra arabi, maghrebini, neri subsahariani. il luogo dove confinano i mondi. e dove i mondi commerciano tra loro. decidi di perderti, qui, nel crocevia dei mondi.

paul bowles perso nei vicoli di tangeri. e tra le natiche di giovani ambrati.
william burroughs nei suoi sogni eroinomani. e le notti che odorano di gelsomino e che sanno di alcool passate a scrivere.
le mille voci che si rincorrono sulle pagine di elias canetti.
il tè nel deserto. o il tè alla menta che appoggi sul ripiano di marmo di tavolini all’ombra del canto dei muezzin che chiama in lontananza.
arthur rimbaud che contratta con un cammelliere il prezzo per trasportare le casse di legno sbrecciato.
thierry sabine non arriverà a dakar. non stavolta. questa volta il suo viaggio si interrompe. e per sempre.
antoine de saint-exupery immagina un bambino che cammina sulla duna di fronte a lui.
ma non tu. tu, tu non sai immaginare, tu ti fermi al reale, al tuareg (“je ne suis pas un twareg, je souis kel tamahaq") che ti chiede in una lingua più di gesti e sguardi che di parole di seguirlo, te lo chiede guardandoti fisso dentro gli occhi. e lo segui,  fuori dall’oasi e su una delle dune lì intorno. e all’improvviso si ferma, e stende la stoffa sulla sabbia. e la sua pelle è liscia e tesa sotto la tunica, e la tua pelle si increspa appena ti sfiora, e la sua voglia di te è nelle mani che ti scorre addosso e nell’erezione che preme contro la tua. l’homme in bleu è davvero blu, stanotte, ed è blu la sua pelle sotto la luce di un cielo senza luna. stanotte siete entrambi blu, sulla sabbia, sotto questo cielo senza luna, sono blu i vostri corpi che mischiate sempre più. mischiandovi dita, mani, bocche, lingue, labbra, cazzi.

le voci prive di qualsiasi grazia dei dromedari al risveglio. come lamentele per un nuovo giorno di sole che sta per iniziare. ormai lo riconosci anche in mezzo agli altri, il tuo dromedario.
non sai nemmeno dire se quello che mangi ti piace. o ti fa schifo. non sai nemmeno dire se è commestibile quello che mangi. mangiare questa roba incomprensibile, di colori e consistenze mischiate, carne verdure cereali ossa nervi e chissà cos’altro, senza un sapore comprensibile, questo è semplicemente sopravvivenza. la tua.
ci vogliono giorni. ma alla fine impari a metterti da solo la tagelmust.

li chiamano homme in bleu. ma sono azzurri. la carovana è una traccia filiforme azzurra e marrone che scorre lungo la sabbia arancione.
le notti del deserto sono immense come le stelle che punteggiano il nero del cielo, come il silenzio che permea ogni cosa, immense come essere arrivato, alla fine, all’essenziale di ogni cosa, e del tuo stesso essere vivo.
la notte del deserto annichilisce ogni cosa. e ridefinisce ogni tua definizione di te. e non c'è null'altro, ora adesso qui.

al di là dell’oceano smisurato di sabbia, in fondo a questo sogno di sabbia calore dune e sole impietoso c’è il bacino del niger, e lì si trova timbuctù. ma non riesci a vederla, da qui, non riesci nemmeno a immaginarla. è oltre. infinitamente oltre. oltre orizzonti troppo numerosi da passare per riuscire a pensarci, ora, sotto questo sole a picco, davanti alle onde immobili di sabbia gialla, ora che respiri caldo ad ogni respiro. ti chiedi se ci arriverai mai, laggiù, in quel dove che non riesci nemmeno a immaginare. o se la tua eternità si svolgerà tra queste dune di sabbia. se vagherai senza fine in queste immobili onde di sabbia. se sei destinato a questo, forse. a morire qui.

mercoledì 11 luglio 2012

JAMAICA AND ROMA (karmacoma. ... what?!)

un perfetto tempismo. bravo, k, davvero bravo. tu sì che ne sai. proprio i giorni perfetti per scegliere di andartene a lavorare a roma. bravo. ottima scelta. 39°. che camminare per strada è come stare davanti a un phon acceso. costantemente. e pure su "MAX HOT".
ottima idea, davvero, k, ottima idea. rifacciamolo presto, eh.

venerdì 6 luglio 2012

I'M FEELING SUBATOMIC (just give me gin&tonic)

[antefatto: questi sono i giorni della fisica sulle prime pagine dei giornali, con la conferma empirica dell’esistenza del bosone di higgs, che con umile&morigerato eufemismo è detto anche “particella di dio”]

e per quelle che no ai post lunghi (vero, v?):
allacciati le cinture, alice, che da qui in poi di meraviglie ne vedrai un bel po’”.
the matrix]


la divisibilità dell’indivisibile. l’atomo come proprio stesso ossimoro. l’a/tomo in/divisibile che si compone di elettroni, protoni, neutroni. nucleo, e particelle. e il loro movimento relativo. l’ironia di avere un nome che viene superato di slancio da ciò che si è.
e chissà come ci si sente, a sapere di essere un ossimoro.

l’atomo come tessuto della realtà. cambiano la trama, le fogge, i colori, i tagli, la tessitura, lo spessore, le cuciture, ma è un solo ed unico tessuto quello di cui tutto è fatto. 

le cose che compongono il mondo, tutto ciò che vedi, tu stesso anche, come ammasso ordinato di atomi. prova a immaginarlo. prova. a. immaginarlo. e quando guardi, non vedere case, strade, alberi, nuvole, cielo, persone, la tua mano. Quando guardi, vedi gli atomi che le compongono. prova. prova a visualizzare gli atomi che compongono ogni cosa esistente e che percepisci. o che credi di percepire.
quanto relativizza ogni cosa, questo?
we are such stuff as dreams are made on. fatti della materia del sogno, ti dice che siamo fatti della materia del sogno. il sogno come scariche elettriche che attraversano sinapsi di un cervello addormentato. il sogno come elettricità statica interiore?
elettricità. atomi in movimento. noi siamo fatti della materia degli atomi in movimento. proprietà transitiva del sogno.

e anche volendo, e anche provandoci, e anche sforzandoti, non riesci. no, non riesci proprio. non riesci a pensare a te stesso come somma di atomi che costituiscono molecole che si legano in cellule che formano tessuti che fanno il tuo stesso corpo che fanno te.
sapere non è vedere, né sentire. o anche solo riuscire ad immaginare.
e posto di fronte ad uno specchio, nell'immagine riflessa che guardi, credi di vedere te stesso, ma non puoi vedere ciò di cui sei realmente fatto. il tuo stesso paradosso, il paradosso che sei : ti è impossibile vedere l’atomico di cui tu stesso sei fatto. anche solo immaginarlo. anche solo visualizzarlo mentalmente. ogni tua fibra, il tuo stesso corpo, non sono ciò che vedi. tu non sei ciò che vedi quando guardi te. la tua percezione si ferma ai tessuti. la tua percezione di te si ferma alla superficie, e alle sensazioni che sulla superficie provi. a un livello più profondo, al livello reale, non riesci ad andare. non riesci a vedere ciò di cui il tuo stesso corpo è fatto.
sei fermo sulla tua stessa superficie. e se non riesci a vedere l’atomico, nemmeno ci provi con il subatomico che lo compone. eppure ti definisci “tu”, credendo di sapere di cosa parli.
e se l’a/tomo in/divisibile è l’ossimoro di se stesso, tu hai in sorte altrettanta ironia di ciò che ha un nome sbagliato. anche tu sei il tuo stesso ossimoro. superato di slancio da ciò di cui sei fatto.

irrimediabilmente mediano, sei fatto per il medio.
as above, so below. il troppo piccolo è fuori dalla tua capacità percettiva. non riesci a vederlo. e così, dimentichi che esista, e credi che la realtà sia la tua percezione mediana. tu ti dimentichi di te stesso, ti dimentichi di essere un ammasso ordinato di atomi.
as below, so above. anche il troppo grande è invisibile ai tuoi occhi. vedi le strade, i palazzi, le piazze, ma non vedi la città. da un aereo vedi le città, le pianure, i fiumi, il mare, le montagne, ma non puoi vedere un continente. un continente puoi immaginarlo, certo. puoi pensare la terra, anche, sai com’è fatta. puoi pensare ai pianeti che compongono il sistema solare. puoi pensare ai sistemi stellari che compongono galassie. puoi pensare le galassie, anche. una. due. dieci. cento, forse. ma poi non riesci. non riesci a pensare l’universo composto di infinite galassie.
irrimediabilmente finito, non puoi pensare l’infinito.
eppure, tu sei lì dentro. tu ci “vivi”, lì dentro. tu vivi un dove che non sei capace di pensare.

karma coma
(jamaican aroma?)

non puoi pensarlo. non puoi immaginarlo. può essere tutto. o nulla. può essere talmente tutto o talmente nulla che può anche essere che l’infinitamente grande sia solo un ulteriore infinitamente piccolo.

as above, so below.
l’universo che ci racchiude può essere atomi, perché no? possiamo essere particelle subatomiche. ogni stella un nucleo. ogni pianeta un elettrone. ogni sistema solare un atomo. ogni galassia una molecola.
e se l’alto è come il basso, se l’infinitamente grande è come l’infinitamente piccolo, se la trama della realtà di ogni cosa esistente nella realtà è unica e il suo tessuto è atomico, puoi immaginare qualunque cosa. qualunque cosa.
as above, so below.

puoi immaginare l’intero universo una molecola qualsiasi. puoi immaginare la molecola parte di una sfera, forse. una palla. l’universo una palla di plastica. arancione. l’intero universo che nemmeno riesci a concepire solo un punto infinitesimale della superficie di una palla di plastica arancione. lanciata da due bambini. su una spiaggia di sabbia. in un giorno d'autunno. e immaginare la traiettoria curvilinea della palla lanciata dall’uno all’altro contro il cielo azzurro di un pomeriggio d’autunno.

e l’universo scorre così. e la tua vita scorre così, in un universo che è una molecola. in una palla arancione, lanciata in aria da due bambini, la parabola arcuata che disegna la sua traiettoria, su una spiaggia sabbiosa, in un qualsiasi pomeriggio d'autunno.

puoi immaginarlo. e la sensazione che questo ti dà.

... e allora, ci vuole ancora molto per questo gin tonic?

 [© shakespeare; massive attack]

giovedì 5 luglio 2012

LIBERA NOS A GIBBERO, 2

[antefatto: la juventus ha vinto 28 scudetti. 2 scudetti le sono stati revocati perché falsava i campionati. alla dirigenza della juventus piace contare questi ultimi 2 come propri, e dire che ne hanno vinti 30. sulle maglie del prossimo campionato hanno fatto scrivere "30 sul campo"]

interno giorno. mensa.
collega p: "certo che quella roba della maglia della juve non la reggo"
kovalski: "quale roba?"
collega p: "la scritta "30 sul campo". che prima rubano, e poi se ne vantano anche! che poi così ognuno ci scrive quello che vuole, sulle maglie. e allora noi ci scriviamo "mai in b" "
kovalski: "forse è meglio "prescritti", voi, ma lasciamo perdere... comunque mica è completa, quella della juve"
collega p: "?"
kovalski: "che manca il sotto. che c'è scritto "30 sul campo", sopra. sotto "e 50 a casa" "

lunedì 2 luglio 2012

FUCKING ENGLAND

ehi kovalski, dura l'estate… dura, durissima, l'estate di 36° gradi in camicia, giacca e cravatta… che come si fa, a reggere 36° vestiti così? che poi cosa vuol dire "abito in fresco di lana"?! che "fresco di lana" non è una stoffa, è un ossimoro, eccheccazzo dai… o è fresco, oppure è di-lana, o l'uno o l'altra, non ce n'è. che dimmelo tu, come fai a essere fresco se nei 36° del sole a picco sei lì in pantaloni e giacca di lana… dimmelo tu… 
i completi di lino? sì, certo, è vero, il lino sì che è fresco, non di-lana, sì sì, peccato che dieci minuti dopo sei conciato peggio che se esci da una centrifuga che gira a piena velocità. eggià.
ehi kovalski, ma vogliamo dirla una cosa, finalmente? ma vaffanculo all'inghilterra, sì, esatto: vaf-fan-cu-lo. all'inghilterra, sì. al loro clima infame e alla loro cazzo di rivoluzione industriale. come cosa c'entra la rivoluzione industriale?!… maddai, prova a pensarci… se la rivoluzione industriale anziché in inghilterra l'avessero fatta in maghreb, vedi che ora anziché 'sti abiti da sfigati anglosassoni eravamo belli sereni e freschi nelle nostre tuniche, altro che 'sta roba da pinguini freddolosi. che chi t'ammazza sotto il sole a picco nella tua bella tunica maghreb? 
e 'fanculo all'inghilterra, kovalski, e sempre sia maledetta, va là.